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L'odore dell'India

Pasolini, Pier Paolo

Guanda - 1990

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  • Daniela Carletti

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    22/05/2022
      

    Il viaggio interiore di Pasolini

    Il libro è costellato di piccoli episodi riguardanti singole persone con le quali l’autore viene in contatto, durante il suo viaggio insieme ad Alberto Moravia ed Elsa Morante, in India nel ‘61. Se ne ricava una lettura intimista che, se per certi versi appare riduttiva, denota la volontà di sottolineare comunque questo aspetto, indipendentemente dalla “realtà India” di per sé. Pasolini entra nel vivo di piccole storie quando descrive l’uomo che attende pazientemente i resti del pasto di una famiglia sulla spiaggia, quando racconta di Josep, otto figli a carico, costretto col suo risciò a “fare il cavallo, tra quelle due orribili, ripugnanti stanghe del suo carretto.” pag.45, quando, come una goccia nell’oceano, con sentimento di carità, concetto del tutto estraneo all’India, tenta di “salvare” il piccolo Revi che però, non capisce da cosa debba essere salvato “Ogni volta che in India si lascia qualche persona, si ha l’impressione di lasciare un moribondo che sta per annegare in mezzo ai rottami di un naufragio” pag.50, o ancora quando tratteggia la propria interpretazione del sentimento altrui. L’approccio di P. verso l’India si focalizza sulla condivisione del dolore, sul rispetto della vita umana, sull’attenzione verso l’uomo a prescindere dal contesto in cui è calato. Appare lampante come non si preoccupi affatto di sconfinare nel suo proprio sentire, intriso della sua cultura, attribuendo pensieri ad altri, che in sostanza sono i suoi “I nostri villaggi sono costruiti col fango e con lo sterco di vacca, le nostre città non sono che dei mercati senza forma, tutti polvere e miseria. Malattie di ogni genere ci minacciano, il vaiolo e la peste sono di casa … Però, in questa tragedia, resta nei nostri animi qualcosa che […] è quasi allegria: è tenerezza, è umiltà verso il mondo, è amore […] Con questo sorriso di dolcezza, tu, fortunato straniero … ti ricorderai di noi, poveri indianini …” pag.74. Ben lungi da tali considerazioni, gli indiani del 1961 relegati in una casta specifica, non ravvisano la loro tragedia che peraltro è un concetto occidentale. Accettano invece la propria colpa, per aver meritato di reincarnarsi in una data situazione, nonostante il sistema castale sia stato abolito in India, con la conquista dell’Indipendenza nel ‘47. L’attenzione di P., sempre per scelta, diviene riduttiva quando analizza una condizione sociale senza inquadrarla nell’aspetto religioso che, in India, pervade la società in tutti i suoi aspetti, molto più che in altre realtà geografiche. Cosicché assistiamo ad un’analisi dai toni piuttosto nostrani “In sostanza si tratta di un enorme sottoproletariato agricolo, bloccato da secoli nelle sue istituzioni dalla dominazione straniera” pag.61, in cui l’autore “dimentica” lo statu quo del sistema castale. Insiste ancora sul tema parlando di borghesia, quando paventa la possibile evoluzione della neonata classe sociale indiana “Tutto c’è da augurare a questo popolo fuorché l’esperienza borghese, che finirebbe col diventare di tipo balcanico, spagnolo o borbonico” pag.71, dimentico delle ben più temibili convinzioni religiose radicate da qualche millennio nelle coscienze. P. sa benissimo che questa classificazione della società è del tutto estranea all’India, ma fra le righe traspare l’affermazione di sé “Io sono questo, sono un prodotto occidentale e il mio modo di vedere le cose è la mia cultura.” Man mano che il viaggio interiore di P., con una sorta di fare discreto si addentra nel cuore indiano, il poeta viene a poco a poco in contatto con le situazioni più scabrose. È in questo modo e quasi in punta di piedi che, giunge in ultimo a confrontarsi con una realtà che è impossibile disattendere, quella della morte. Per questo il racconto di quanto avviene a Benares, la città dove si va a morire, è riportata al termine del testo. Ed è proprio qui che apprende e ci descrive con toni profondi e toccanti, un modo a lui del tutto estraneo di concepire il trapasso, senza pena, senza dolore
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  • 1 / 1 utenti hanno trovato utile questo commento

    Michela Colalelli

    14/05/2022   

    Un disegno che si colora

    Impossibile non leggere questa testimonianza dopo aver letto un"idea dell'India. È come se Moravia avesse fatto un disegno e Pasolini lo avesse riempito di colori. Il primo racconta ciò che ha visto, il secondo racconta dettagliatamente le scene vissute, facendo percepire le sensazioni che lui ha vissuto. Cito: "Le cose mi colpivano ancora con violenza inaudita: cariche di interrogativi e di potenza espressiva." Come viene riportato in un'intervista allegata al libro riporto le parole dette da Moravia: "Pasolini era portato a sottolineare l'esperienza personale, privata, intima. Prova pietà per l'immensa povertà che ha modo di conoscere." Non posso aggiungere altro su questo libro perché già altri, più meritevoli di me, ne hanno descritto contenuto e bellezza. A me è piaciuto, sia come diario di viaggio, sia come stile. È il mio primo Pasolini e non sarà certo l'ultimo.
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  • 3 / 3 utenti hanno trovato utile questo commento

    Daniela Bertoglio

    22/03/2022
      

    Un viaggio, tre scrittori

    Nel dicembre del 1961 Elsa Morante, Alberto Moravia e Pierpaolo Pasolini partono per un viaggio in India. Al ritorno, i due uomini scrivono entrambi un breve racconto del viaggio: il viaggio è lo stesso, stesse località, stesse persone, stesso momento, ma le impressioni che ne ricevono sono diametralmente opposte. Pasolini, come indica persino il titolo del libro, ha con l'india un rapporto fisico, viscerale, si sente circondato, quasi sommerso dai mendicanti, e si fa travolgere dalle forti sensazioni ed emozioni che il viaggio, il paese e i suoi abitanti gli provocano. A differenza di Moravia non si è preparato al viaggio, non ha studiato gli itinerari, le cose da vedere, le religioni, la storia, la cultura indiana. Ha uno sguardo naif, e il suo racconto è una immersione fisica nel viaggio. Anche quando si interroga sulle stranezze che vede, sulle diversità, sulle differenze e sulle analogie con il suo mondo abituale, lo fa comunque come uno scrittore, non come un saggista: racconta, descrive, non cerca una spiegazione. Di alcuni posti dà definizioni quanto meno impietose, per esempio il Taj Mahal diventa "il sogno delle zitelle inglesi", e non lo commuove, mentre rimane estasiato a Fathepur Sikri, e al forte di Gwailor. Khajuraho lo affascina, ma liquida i templi in due righe striminzite, perché è chiaro che i monumenti gli interessano molto meno rispetto alle persone. A Benares soggiornano in un albergo coloniale, lontano dai ghat, ma vanno comunque a fare una gita in barca sul Gange, per vedere le pire. Una curiosità: per tutto il libro, quindi non si tratta di un errore di stampa, Pasolini chiama i sikh sick, che in inglese vuol dire malato. Non ho idea se si tratti di un lapsus, o di un errore dovuto dalla scarsa conoscenza dell'inglese.
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